Ai Musei San Domenico di Forlì è stata inaugurata il 23 ottobre la mostra Forlì al crocevia della preistoria di Romagna, che resterà aperta fino al 9 dicembre, insieme alla più estesa mostra sull’«Egitto mai visto». La mostra, che ospiterà i visitatori da martedì a venerdì dalle 9:30 alle 17:30 e sabato, domenica e il 1 novembre dalle 10:00 alle 18:00 (sono previsti visite guidate e laboratori didattici, per informazioni: 0543712659), aprirà uno stargate sulla preistoria forlivese, esponendo reperti che testimoniano oltre tremila anni di storia del territorio e riportando alla luce i resti materiali delle vita di uomini, donne, guerrieri, arcieri, artigiani, viaggiatori e pastori relativi ad epoche in cui il metallo misurava il potere e costituiva il cuore della Romagna. La mostra, curata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna e dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Forlì, in collaborazione con la Fondazione Cassa dei Risparmi, si tiene in concomitanza con la Settimana della Preistoria indetta dall’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, e rappresenta una dei tanti eventi gratuiti rivolti al pubblico che, da Piacenza a Mondaino, si svolgono per questa occasione.
Ai Musei San Domenico in particolare vengono esposti i ritrovamenti provenienti da alcuni importantissimi scavi archeologici che riguardano il territorio forlivese in epoca preistorica. L’esposizione si apre con i corredi delle tombe della necropoli dell’età del Rame (tra il IV e il III millennio a.C.) rinvenute in località Quattro, alla periferia occidentale di Forlì, il cui scavo è ancora in corso; per estensione e interesse, la necropoli si segnale come la più grande necropoli eneolitica dell’Emilia Romagna, con circa 70 tombe a inumazione, sia maschili che femminili, di adulti, giovani e infanti. Alcune sepolture sono state riaperte in antico, asportando parti di ossa, secondo un uso tipico per l’età del Rame e legato al culto degli antenati. Il corredo funerario è costituito generalmente da un recipiente ceramico deposto ai piedi del defunto, ma alcune tombe si segnalano per la presenza di asce e pugnali di rame o di punte di freccia in selce.
Le successive sale della mostra espongono i resti relativi all’età del Bronzo, che si dipana fra gli ultimi secoli del III millennio e il XVII secolo a.C., ed in particolare il pubblico potrà osservare i resti dell’abitato relativo al Bronzo antico rinvenuto in via Ravegnana (degli inizi del II millennio a.C.): i pannelli illustrativi mostrano come gli spazi siano organizzati con geometrica regolarità, con ampie abitazioni absidate e parallele fra loro, intervallate da aree di servizio con piccoli magazzini, recinti e pozzi. Tra il XVIII e il XVII secolo a.C. si diffonde in Romagna il fenomeno dei «ripostigli», piccoli accumuli di oggetti nascosti in luoghi isolati, che potevano avere la funzione di piccoli tesoretti, o depositati presso i corsi d’acqua, come depositi votivi, e in entrambi i casi costituiscono l’evidenza di un’epoca in cui il bronzo oltre ad avere un valore in quanto «oggetto» aveva anche un valore ponderale in quanto tale. La mostra espone due ripostigli, quello di S. Lorenzo in Noceto, datato al Bronzo antico, e quello di Forlimpopoli, datato al Bronzo finale. Il primo, rinvenuto nel 1674 vicino al fiume Rabbi, doveva essere particolarmente consistente e doveva vantare una quarantina di asce, di cui restano alcuni esemplari, e cinque o sei pugnali a manico fuso, andati tutti dispersi. Il ripostigli rinvenuto nel 2003 a Forlimpopoli è più consistente e i pezzi hanno una funzione più varia: sono stati trovati infatti oltre 200 oggetti, per un peso complessivo di 13 Kg, fra cui armi, alcuni utensili, vasellami e oggetti da toeletta e da ornamento e spicca per bellezza e stato di conservazione un cinturone in lamina metallica, che costituiva un accessorio dell’abbigliamento femminile di particolare pregio, segno di distinzione sociale. Fra i due ripostigli c’è uno scarto cronologico di quasi 1000 anni, eppure in entrambi i casi il luogo di rinvenimento e il materiale ritrovato fanno pensare che chi li ha sepolti transitasse dalla Penisola verso i valichi alpini o viceversa; inoltre il ripostiglio di Forlimpopoli attesta commerci ad ampio raggio, che dalla Romagna coinvolgevano territori a nord-est della Alpi, dalla Slovenia all’Ungheria.
Al di là dell’altissimo valore scientifico di questa mostra, l’apertura di questa esposizione si dimostra uno sforzo elogiabile anche per la rapidità con cui sono stati esposti al pubblico i risultati della ricerca archeologica: infatti il ripostiglio di Forlimpopoli è stato scavato nel 2003, l’abitato di via Ravegnana fra il 2008 e il 2009, mentre le scavo della necropoli di via Celletta dei Passeri in località Quattro, cominciato nel 2009, è tutt’ora in corso. La dottoressa Miari, archeologa della Soprintendenza per i Beni archeologici dell’Emilia-Romagna, che ha curato la mostra insieme alle dottoresse Annalisa Pozzi e Luciana Prati, ha più volte sottolineato l’importanza e allo stesso tempo l’urgenza di presentare in fretta alla comunità scientifica e ai cittadini i risultati delle ricerche archeologiche sul territorio, dal momento che «ogni scavo costituisce un debito nei confronti delle scienza, che esige le sue risposte e che si nutre di novità, e nei confronti della cittadinanza, che ha il diritto di essere messa a conoscenza della storia del territorio su cui vive». Ci si augura che questa mostra possa costituire un incentivo e uno sprone per la riapertura de Museo Archeologico della città, chiuso nel 1996 e mai riaperto, e che metterebbe in evidenza una ricchezza che non ha nulla da invidiare ad altri territori.
Dott.ssa Carolina Ascari Raccagni