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Gli sciucaren

In molti si chiedono ancora come possa una frusta emettere un "ciocco" tanto potente da fare le veci di uno strumento musicale.

L'emissione del simpatico rumore avviene quando la velocità di rotazione supera la barriera del suono, cioè i 1200 km orari.

Ma come sia nata la tradizione dei frustatori in Romagna è un mistero ancora più oscuro. Occorre risalire ad epoche assai remote e a culture ormai tramontate per rintracciarne le origini.

Pare che, all'epoca di Troia, le corse dei cavalli (Ludus Troiae) prendessero il via con un colpo di frusta e che le tribù galliche utilizzassero frequentemente questo strumento.

Ne è la prova il nome di una città della Francia, territorio da cui i Galli presero le mosse: Parpignan non è soltanto il toponimo di un Comune d'oltralpe, ma anche il nome con cui i Romagnoli definiscono il manico dell'oggetto.

I Romani stessi ereditarono il costume di ricorrere alla frusta per avviare spettacoli e giochi.

Ma è solo nel Seicento, quando la costa adriatica fu invasa dagli Uscocchi, che i Romagnoli appresero l'arte dello sciucaren.

Provenienti dalla Dalmazia, i predoni slavi intimidivano le genti autoctone schioccando le fruste in sella ai loro cavalli. O almeno così narrano le cronache ravennati.

Furono poi i birocciai della Romagna a trasformare il monito bellico in giocoso richiamo: essi si divertivano a tenere il ritmo dei ronzini, mentre viaggiavano tra una provincia e l'altra.

Anche il loro animo scandiva il tempo delle fruste, con le quali segnalavano al vicinato l'imminente ritorno a casa.

Oggi la disciplina degli sciucaren mette insieme l'autorevolezza degli Slavi, la giocosità dei Troiani e dei Romani e la saggezza dei birocciai, sposandosi con la musica e con la danza folcloristica della nostra terra.

A cura di Chiara Piraccini

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