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La Caveja

Sin dalla fine dell'Ottocento, la Caveja è considerata il simbolo della Romagna.
Ma cos'è e a cosa serviva questo strumento rustico ed elegante, che accompagna le rappresentazioni odierne di questa terra?

Si tratta di un elemento che veniva generalmente applicato ai carri e agli aratri da traino, per dare equilibrio ai mezzi agricoli e per evitare che il loro carico scivolasse in avanti.

Costituita di un'asta, detta stelo, e di una componente larga e piatta, definita pagella, la caveja è generalmente dotata di anelli, il cui tintinnio cullava contadini e buoi, accompagnandoli lungo i loro tragitti.

Costruita interamente in ferro battuto, può essere più o meno elaborata: in certi casi gli ornamenti della pagella raffigurano simboli agresti o motivi floreali legati ai fenomeni naturali. Il gallo è senza dubbio la figura più
diffusa, ma accanto ad esso si pongono il sole, la luna, la croce e l'aquila.

Chi ritiene che l'umile realtà agricola della Romagna sia estranea alla bellezza, dovrà ammettere di sbagliarsi, poiché le variegate e ricercate forme assunte dall'oggetto in questione smentiscono totalmente questa tesi.

Certo, le caveje da lavoro non sono elaborate come quelle riservate alle ricorrenze festive e alle grandi occasioni, ma anche nelle più semplici versioni è possibile cogliere un bisogno di distinzione estetica e sociale.

Come un potente scettro, la caveja era investita di poteri magici e purificatori: essa veniva utilizzata per benedire le case degli sposi, per condizionare le condizioni meteorologiche, per conoscere il sesso di un bambino prima del suo concepimento e per allontanare i malocchi e i sortilegi delle streghe.

Non è un caso che la donna più bella di Ravenna ricevesse in premio una caveja tra febbraio e marzo. E non è un caso che essa sia divenuta parte integrante della bandiera romagnola. Ai nostri giorni, centinaia di artisti e artigiani si cimentano nella riproduzione dello strumento, tanto che gli esemplari più belli sono stati raccolti dal museo etnografico di Santarcangelo.

Libri, riviste, tessuti, ma anche dipinti ed incisioni gareggiano ancora per testimoniarne il significato tradizionale.

A cura di Chiara Piraccini

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