Entro la fine dell’anno sapremo se l’unione sarà riuscita ad arginare la crisi Greca o se, invece, il tumore ellenico si sarà propagato anche ad altri stati membri, infatti, per tale periodo, la Grecia ed il Fondo Monetario Internazionale avranno raggiunto, verosimilmente, un accordo definitivo. Sono tre i fattori da tenere sotto stretta osservazione: la Grecia dovrà innanzi tutto saper produrre un piano economico “di rientro” credibile e ben dettagliato e che espliciti in termini chiari come si intende eliminare un deficit pubblico “pesante” allo stesso tempo evitando, a causa della necessaria riduzione di spesa, di scivolare in una recessione piena. Sotto tale primo profilo le proposte avanzate ad oggi sono alquanto deludenti; si torna subito a parlare di cosmesi contabile volta a far emergere, chissà come e chissà quando, l’economia sommersa nel PIL ufficiale. Quel che serve è, invece, un piano triennale di riduzione programmatica della spesa e di implementazione di riforme strutturali. In secondo luogo il totale del prestito dovrà certamente, per poter veramente sostenere l’economia dell’arcipelago, essere superiore ai 45 bilioni di Euro oggi promessi. Il contributo dell’Unione europea, pari a 30 bilioni, ha un termine fisso di un anno ed è pertanto molto remota la possibilità che vi possa essere, alla scadenza della prima “tranche”, il tempo tecnico necessario per procedere ad un eventuale aumento del prestito o rinnovare il medesimo. Secondo le stime di Axel Weber, presidente della Bundesbank, la Grecia ha bisogno di almeno 80 bilioni per superare le attuali criticità. Quella è la cifra “giusta” e quello che i mercati hanno bisogno di sentire oggi è un impegno sicuro e certo a sostenere il governo greco ben oltre il termine annuale appena fissato a Bruxelles. Non è credibile che Atene riesca ad elaborare e poi implementare le riforme strutturali di cui ha bisogno in meno di due anni. Questo è dunque l’orizzonte temporale minimo che occorre tenere in considerazione. Infine dobbiamo stare attentissimi a quanto fa oggi e farà domani la Germania. Berlino ha prima provato “l’escamotage” di appoggiare il prestito greco su una base normativa asseritamene già esistente e valida. La cosa non ha però funzionato e si è aperto un vero procedimento legislativo richiesto a gran voce dall’opposizione e, come se non bastasse, alcuni parlamentari della coalizione della Merkel hanno chiaramente fatto capire che il loro favore circa “l’operazione Grecia” non è affatto scontato. L’opposizione tedesca, infatti, è convinta che la migliore soluzione consisterebbe nell’abbandono dell’Unione da parte della Grecia che poi vi rientrerebbe solo con le carte veramente in regola. Questa tesi trova ampio sostegno nei circoli che contano della finanza teutonica. La soluzione della “exit” con rientro a data da destinarsi è però un concentrato di ipocrisia legale. Da un lato si sventola a bandiere spiegate il patto di “non salvataggio” previsto dal trattato di Maastricht, e dall’altro, non ci si fa scrupolo di accettare come nulla fosse una violazione roboante della normativa comunitaria prevedendo una uscita temporanea, o definitiva chissà, di uno stato membro dall’Euro: in base all’attuale normativa comunitaria non vi è la possibilità che uno Stato esca dall’area europea senza uscire anche dall’Unione. In ogni caso, sotto un profilo ed una valutazione molto più pragmatici di quelle portate avanti dai giuristi improvvisati dell’opposizione tedesca, alla Grecia converrà sicuramente andare in default all’interno dell’Unione piuttosto che fuori. Quali dunque le conseguenze concrete di un blocco del parlamento di Berlino al piano di finanziamento? La Grecia andrà, necessariamente, in default con ripercussioni gravissime per molte banche tedesche e francesi che, ad oggi, sono i maggiori detentori di titoli di debito pubblico greco. Sui primi due punti sopra elencati avremo la certezza di quel che accadrà al massimo alla fine di questa settimana, mentre sul terzo, ovvero sugli esiti ai quali arriverà il percorso tortuoso che dovrà percorrere Berlino, nessuno è in grado di fare prognostici seri al momento. La Merkel è determinata a prender tempo e scavalcare la data fatidica del 9 maggio, il giorno delle elezioni regionali nella Renania. Mi sono sempre chiesto, durante la crisi, quale potesse essere l’elemento scatenante per mettere veramente alla prova le capacità dei leaders europei sia sotto il profilo della capacità di sviluppo di strategia che della loro successiva coerente d efficace implementazione. L’Europa presenta troppi problemi di coordinamento ed abbonda di personalità ingombranti, più che importanti, che non sembrano avere alcuna idea delle vere implicazioni economiche di quanto sta accadendo e si muovono in base a programmi basati su priorità assolutamente non in linea con la realtà. In un contesto simile il margine per l’errore è altissimo. Fino ad oggi, ritengo, la politica europea è stata, innanzi tutto, un formidabile propulsore per il prolungarsi della crisi. Ora è il momento per i “top executives” dell’unione di far vedere che cosa sono capaci; altrimenti la Grecia non avrà altra possibilità che percorrere l’inesorabile sentiero del fallimento pubblico ingenerando l’inevitabile reazione a catena, che vede nel Portogallo il prossimo grande protagonista della crisi sovrana, che i mercati hanno già “ prezzato” sull’euro che è sceso ai minimi storici nel suo rapporto col dollaro. Per il Portogallo il problema non è il settore pubblico ma l’acutissima crisi del settore privato che, come quello della Grecia e della Spagna, ha perso di competitività in paragone alla media europea, di almeno un buon 15% negli ultimi dieci anni. L’Unione Europea trova nella crisi greca, e nelle sue ripercussioni latenti, ma sempre più visibili in superficie, l’equivalente della crisi dei “subprime” americani. L’effetto di distruzione a catena che trova la sua origine, oggi come ieri, nella crisi di confidenza (ci si potrà fidare dei piani di taglio greci? E poi di quelli del settore privato del Portogallo ecc. ecc.) che il rischio di default “sovrano” porta con sé. O Atene riuscirà a convincerci, e soprattutto a convincere i mercati, della sua intenzione e capacità di fare sul serio o l’Unione Europea è destinata a saltare. |